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Ruggeri: "La mia rivoluzione è continuare a raccontare il mondo"

"Ero abituato a fare un nuovo disco all'anno, stavolta, a causa della pandemia, sono stato fermo tre anni". Enrico Ruggeri il 18 marzo pubblica La Rivoluzione (Anyway Music), 38/o disco della sua carriera frutto di lunghi mesi di cura e lavoro. "E il risultato - racconta - è un disco molto autobiografico, un concept-album che parla di rapporti umani, di generazioni, di sogni dell'adolescenza, della vita che si scontra con quello che pensavamo la vita avrebbe dovuto essere. E che poi, nel bene e nel male, riesce sempre a stupirti". Un omaggio alla generazione ribelle del boom economico, di cui fa parte lo stesso cantautore, classe '57, anche nella scelta della cover della copertina: una foto della classe di Enrico Ruggeri al Liceo Berchet, anno scolastico '73/'74. "La mia è stata Una generazione che come nessun'altra ha vissuto mille cambiamenti: la Lotta Armata, l'eroina, l'Aids che portò a una retromarcia nella liberazione sessuale. Siamo partiti da Carosello e ci siamo svegliati con le bombe di piazza Fontana. Siamo passati dalle lettere ai gettoni telefonici, agli smartphone. Una generazione simbolo, di ribelli - che non è solo un dato anagrafico - che sono ancora qui a fare sentire la loro voce". Sessant'anni di storia e di costume in cui tante cose sono cambiate, "ma la voglia di fare musica è sempre la stessa. E con questo album mi sembra di essere finalmente riuscito a trovare il mio Santo Graal, ad avere qualcosa che mi rappresenta davvero". Nel disco, a partire dal titolo, tanti i riferimenti non voluti a quello che sta succedendo in Europa in questi giorni, tra Ucraina e Russia. "Ovviamente i pezzi sono stati scritti prima che succedesse tutto questo. Ma il ruolo dell'artista è proprio quello di tenere le antenne aperte sul mondo e questo senza volerlo lo rende un preveggente. Nel '78 con il brano Superstar raccontavo del disagio compulsivo dei fan nei confronti delle star. Due anni dopo John Lennon veniva ucciso. È la capacità di essere recettivo nei confronti delle cose che sono nell'aria". Undici brani, due dei quali in duetto: con Francesco Bianconi in "Che ne sarà di noi" e con Silvio Capeccia in "Glam bang" con il quale 50 anni fa (1972) fondò gli Champagne Molotov, prima dei Decibel. Hanno anche collaborato la compagna Andrea Mirò in "Gladiatore" e Massimo Bigi in "La Rivoluzione", "Non sparate sul cantante", "Parte di me" e "Glam bang". "La mia rivoluzione? Continuare per la mia strada sempre. Ho sempre saputo che non avrei mai fatto San Siro, ma allo stesso tempo ho sempre saputo che non sarei finito nel dimenticatoio. Non ho mai parlato a tutti, il mio non è un linguaggio universale e alcuni non lo capiscono, ma quello che mi interessa è che tra 30 anni le mie canzoni funzionino ancora. Mi piacerebbe che chi ascolta il disco capisse che è mio, non per il timbro vocale riconoscibile, ma dalle prime note". Perché, spiega ancora, il punto fondamentale è stato "la ricerca di un suono che catturasse le nostre emozioni, senza nessun tipo di condizionamento esterno". E per farlo ha stilato anche un decalogo della buona musica, che tra le altre cose prevede prove in studio come se si fosse dal vivo prima e un uso limitato del computer. Qualche giorno fa, Enrico Ruggeri è finito nel tritacarne dei social per aver definito "schiavitù mentale" la scelta di chi ancora usa la mascherina all'aperto. "Ho usato parole eccessive, potevo risparmiarmele. Ma trovo pericoloso abituarsi alle restrizioni. Ci si abitua a tutto, è vero. Con il rischio, però, di atrofizzarsi". In estate tornerà poi dal vivo, con una serie di concerti. "La situazione è stata gestita da incompetenti. Da gente che nulla aveva a che fare con il mondo degli spettacoli dal vivo: non puoi trattare il musicista come un qualunque altro mestiere e non puoi pensare di dire dall'oggi al domani che si riparte. C'è bisogno di programmazione, di organizzazione. Ma chi decide non ne ha idea".


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