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Dellamore cerca risposte e speranze ne La Posizione: il video

Il brano è un invito a non subire passivamente le nozioni di falsi ideali, ma di usare il cuore e il cervello in tutto ciò a cui si crede o per cui si lotta. Il video è accompagnato da un testo originale dell'artista. Mi chiamo Federico Tarantino, in arte Dellamore, classe 1990, nato a Palermo, residente da quattro anni a Barcellona. Il mio ultimo singolo, Una Posizione, nasce da anni e anni di apatia verso la realtà politica che mi ha sempre circondato. Non ho mai visto degli eroi in grado di salvare qualcuno o di salvarci da qualcosa. Non ho mai ascoltato discorsi credibili o pieni di verità e pathos. Vedevo di più degli attori leggere il proprio copione e recitare il proprio ruolo. Da bambino mi chiedevo: perché nonostante passino gli anni, nonostante le promesse ed i buoni propositi, il malcontento mondiale rimane sempre immutato? Non riuscivo a rispecchiarmi in nessuna direzione politica, tanto che le varie ideologie mi sembravano soltanto delle etichette da spillare su delle magliette vuote, bianche, senza personalità. Tutto il sistema mi puzzava di marcio. Iniziai a pensare che forse, per una gran parte delle persone, c’era in realtà il semplice bisogno di credere in qualcosa e in qualcuno, delegandogli tutte le proprie aspettative e speranze per un futuro migliore. Ma come potevano sperare in un futuro migliore se siamo noi i primi, ancora oggi, a non far nulla a riguardo? Se siamo ancora oggi pronti a fomentare l’odio e il razzismo, la paura verso il diverso? A Barcellona, un tema politico molto sentito e discusso, è senz’altro quello dell’indipendenza della Catalogna; ed è proprio grazie ad un episodio legato a questo tema, che il testo di Una Posizione vide la luce. Da semplici manifestazioni per l’indipendenza, si passava ad atti sempre più violenti, senza senso o valore ideologico. Stavo andando in ufficio per lavorare nel turno serale, quando dei ragazzi improvvisamente sbarrarono la strada con dei cassonetti dell’immondizia, bloccando così il traffico. Alcuni, poi, gli diedero anche fuoco. Pensai: qual è il senso del recare danni ad oggetti pubblici e bloccare i tuoi concittadini, in un contesto simile? Per caso, quella signora in macchina, il signore dietro a lei ed io siamo colpevoli di qualche vostra richiesta ignorata? O di qualche vostro sogno rubato? NO. E allora perché recare danno a noi? Non mi davo pace. Fortunatamente, guidando il motorino, riuscii a svincolarmi e a proseguire, ma non per molto. Dall’altro capo della città, altri ragazzi scesero in strada per bloccare fisicamente il traffico, urlando: “De qua no se pasa!” (Da qui non si passa). Provai a spiegargli che dovevo raggiungere il mio posto di lavoro, che dovevo lavorare, che io non avevo nulla a che fare con tutto questo. Fortunatamente, uno di loro capì e mi disse che potevo passare se avessi spento il motorino e lo avessi spinto a piedi oltre la loro barricata umana. L’incubo finì. Ma non mi davo pace. In cosa credevano veramente questi ragazzi? Cosa stavano facendo di realmente costruttivo? Quale era realmente la loro posizione? Il mio ultimo singolo esorta chiunque a pensare con la propria testa, a fare qualcosa, nel proprio piccolo, che sia costruttivo per sé stessi e la società, invece di danneggiarla ulteriormente. A non subire passivamente le nozioni di falsi ideali, ma di usare il cuore e il cervello in tutto ciò a cui si crede o per cui si lotta.


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